Il tempo in cui viviamo è un tempo accelerato dalla fretta, in cui è diventato difficile vivere e godersi il presente.
E’ la fretta che caratterizza le nostre azioni, che ci spinge a non aspettare, a realizzare il futuro prima del tempo.
E’ la cultura dell’adesso, evidenziano Muscelli e Stanghellini, nel loro libro “Istantaneità”: l’epoca di internet, delle chat veloci, dell’informazione sempre presente e simultanea, delle relazioni fugaci e immediate.
Una fretta che porta a risparmiare tempo ma che conduce al paradosso che il tempo ritorni ad essere “pieno”, diventi immediatamente disponibile per riempirsi con altre occupazioni divora-tempo. Una velocità che si è fatta sempre più forte fino a diventare istantaneità.
Questo dominio dell’istante, della ricerca di soddisfazioni veloci e immediate può condurre ad un senso di frustrazione e inadeguatezza, dal momento che non si ha tempo a disposizione per poter realizzare tutto. Allora l’unico modo per riuscire ad approfittare di queste maggiori opportunità sembra consistere nello svolgere più attività simultaneamente, come macchine multitasking;
Sommersi da un insieme vastissimo di possibilità, l’individuo viene e trovarsi in uno stato di infanzia permanente, in cui l’unico obiettivo è rappresentato dall’ottenere una gratificazione il più veloce possibile, dal raggiungimento rapidissimo dei propri obiettivi momentanei. Il desiderio, quindi, perde la possibilità di acquisire forza dall’attesa. Esso, infatti, si costruisce quando si attende, quando ci si può ritagliare uno spazio in cui immaginare, desiderare, appunto, ciò che si vuole ottenere. Insomma, è nell’attesa che il desiderio si costruisce. La velocità delle nuove tecnologie lo impedisce questo tempo, abitua ad andare veloci, ad abbattere ogni forma di attesa e quindi con essa la possibilità di desiderare davvero. Ciò conduce a liberarsi del pensiero, alleggerendo la coscienza attraverso il gettare fuori tutto ciò che richiederebbe del tempo per essere gestito.
Questo non sempre genera azioni positive. Pensiamo ad esempio al ruolo di genitore.
Nella mia pratica clinica mi è capitato di lavorare “nell’emergenza”: un figlio/a che ha iniziato comportamenti problematici o un giovane alunno che non riesce a ottenere buoni voti. L’istinto del genitore che si rivolge allo psicologo è spesso quello di trovare subito una soluzione, una ricetta, come si fa lanciando una ricerca su Google. E questo non solo perché si vuole aiutare il figlio/a ma forse anche perché sempre di più la nostra cultura ci spinge a trovare ricette e soluzioni da usare subito, istantanee. Ecco allora che uno spazio di racconto in cui non ricevere una soluzione preconfezionata ma in cui costruirne una insieme con lo psicologo, in cui rallentare il proprio pensiero fino a consentirsi di co-costruire un nuovo modo di pensare al figlio/figlia in difficoltà, possa essere proficuo e produttivo.
E’ su questa direzione che trovo utile lavorare nella mia prassi terapeutica.
